La città di Kali Sep02

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La città di Kali

Sembra lontano nel tempo quando sono sceso dall’aereo per prendere la mia prima ambassador, così si chiamano le macchine che a migliaia fanno i taxi a calcutta. strano però guardando indietro quanto questa città mi sia rimasta dentro.

ogni passo che facevo in India, e me ne sto rendendo conto solo ora, lo paragonavo alla città di Kali. e di Kali ha davvero molto calcutta. Kali è una delle tante incarnazioni di Parvati, moglie di Shiva. un bel giorno fu mandata sulla terra per distruggere alcuni demoni che la stavano devastando. presa però dalla foga, e diciamoci la verità, anche divertendosi un pochino, ha seguitato a uccidere gli esseri umani. Shiva a quel punto, cercando di calmarla ha seguito il metodo a lui più consono: distruggere! Si stende quindi tra le pile di cadaveri sparsi sul globo e attende che Kali lo calpesti per iniziare la lotta.

calcutta è un po’ questo. è una distesa infinita di persone, tutte per la strada. si affollano, si spingono, dormono in ogni angolo impossibile. la sera i lati delle vie sono enormi dormitori dove file incredibili di persone tentano di passare la notte. il sonno sembra essere pesante come un macigno. sembrano morti e il solo muoversi ritmico del respiro ti fa capire se sono ancora  su questa terra o in cerca di una nuova incarnazione.

calcutta sembra pretendere quello che Kali vuole: un sacrificio. Calcutta ti infila una mano in pancia, ti rigira lo stomaco e te lo strappa. è un condesato di emozioni. non c’è nulla che ti mozza il fiato. non ci sono i bianchi pinnacoli dei Taj, non c’è il rosso dell’arenaria del Red Fort, non cè la calma animata del Gange. qui il vero centro è l’uomo. una città non adatta all’uomo ma in cui l’uomo ha deciso di stare. ha deciso di aggrapparsi con le unghie a questo posto maleodorante ma che trasmette molto. molto più di tanti forti tirati a lucido di altre località.

ci sono due calcutta, die città separate che sembrano guardarsi in volto senza mai incontrarsi. una è quella che si vive guardando per terra. vedendo le bancarelle vuote e a volte sudicie di chi vende qualsiasi cosa gli sia capitata a tiro. è una calcutta con gli occhi arrossati dallo smog, una calcutta piena di rumori e puzze, odori e suoni, pianti e risa, bestemmie e preghiere. poi c’è la calcutta che si vive quando si smette di guardare in terra. si alza lo sguardo e si vedono le meraviglie di quella che era la capitale del Raj britannico. palazzi vittoriani che sembra solo il caso abbia catapultato lì. cupole liberty coperte di muschio e smog, colonne ricordanti una vittoria, tombe di vicerè nascoste dietro i cespugli dei parchi. è una calcutta questa che invece sta scomparendo. una calcutta che si è addormentata come le tante persone per la strada ma più si è svegliata. e nel sonno tanti piccoli lillipuziani si sono impadroniti di qualcosa che all’inizio forse non hanno nemmeno capito come usare. e così l’anno lasciata. non c’è aggettivo migliore per descrivere la cornice alta di calcutta se non: decadente. imposte rotte, finestre infrante, fili per gli abiti stesi tirati da davanzali con state liberty che sembrano gettarsi nel vuoto pur di non subire quest’onta.

poi c’è la città vecchia, la città di Kali al cui centro c’è il Kaligat, i gradini per Kali. anche qui gradoni che scendono nel fiume, uno degli ultimi bracci del delta del gange. anche qui acqua marrone come sorta direttamente dalla terra, anche qui uomini e donne che si bagnano per purificare i loro corpi e le loro anime. ma al centro di questo c’è il tempio: colorato, pieno di fiori. la base sporca del sangue delle capre che ogni mattina servono a sfamare la fame rabbiosa della dea e quella eterna di migliaia di indiani che vanno ad elemosinare lì il solo pezzo di carne che avranno a disposizione da lì a qualche settimana. ma al dilà del tempio forse c’è quello che davvero tocca più nel profondo. è loro idea che morire all’ombra del kaligat sia auspicio per una nuova e migliore incarnazione. ecco allora che chi sente vicina la morte si trascina, spesso malato di lebbra o di malattie ormai debellate da secoli nel nostro continente, per spegnersi lì e riniziare una nuova vita. non è un caso che vicino di casa del kaligat sia stata, e tuttora lo è, una suora che poi è divenuta famosa a tutti grazie al suo sari bianco e azzurro: Madre Teresa di Calcutta. ha voluto, con ferrea decisione, che il suo lebbrosario sorgesse accanto al posto più sacro di Calcutta, attirando anche feroci critiche da parte degli Hindu.

ma calcutta è anche questo, città di contrasti assoluti. di luci e ombre, di ricchezza e povertà. all’ombra dei grattacieli, pochi peraltro, che ospitano banche o alberghi di lusso sorge dal fango il quartiere che più impressiona. da lontano sembra solo un cumulo informe di spazzatura, alto quanto il primo piano di un palazzo. ti avvicini e scopri che nelle pozzanghere sguazzano divertiti i bambini. quando si è a pochi metri capisci che quell’informe cumulo è abitato. qualcuno ha deciso che forse un tetto, anche se di spazzatura, potrebbe essere meglio di un cavalcavia. ecco che scavano nei rifiuti stanze senza porta, come le caverne dei nostri progenitori. ci vivono, mettono a terra i materassi, quella è la loro casa, quella è l’unica cosa che hanno.

poi il traffico. le strade sono strette tanto da far passare una macchina alla volta o al massimo due tuk tuk. ecco allora che diventano a senso unico. ma con quale criterio? assolutamente inconcepibile. probabilmente tutto dipende dal primo della fila che imbocca quella strada e ne decide momentaneamente il senso. solo un calo nel flusso continuo di clacson permette al senso di invertirsi nuovamente.

mi rendo conto che a scrivere di calcutta servirebbero pagine intere senza peraltro giungere mai a qualcosa di così completo da trasmetterne l’anima. ma si può forse racchiudere in testo l’anima di Kali? si può forse placare una furia che solo lord Shiva è riuscito a fermare?

non abbiamo quindi altra soluzione che offrire il nostro tributo a Calcutta, sperando che Kali sia più benevola verso di noi.