Gorgo delirante

Ieri, verso le otto esco dall’ufficio e mi avvio verso la Casa del Cinema per una proiezione. Mi aspetto quindi le sedie rosse del primo piano, il silenzio degli addetti ai lavori, ogni tanto una luce che si illumina su un foglio su cui prendere appunti.

Ho aspettative per Ballata dell’odio e dell’amore, ma non ancora non so quello in cui verrò catapultato.

Il surreale appare dalla prima scena. Colori saturi, polvere e sabbia. Due pagliacci, uno triste. Ma no, non sono ancora loro i protagonisti. Loro sono il presupposto da cui tutto parte. E dove si esibiscono i pagliacci se non nel palcoscenico della guerra civile spagnola? Un machete, una risata e molto, moltissimo sangue che in parte sembra ricordare alcune scene di Bastardi senza Gloria.

Ma all’improvviso si salta, il pagliaccio diventa il padre del vero pagliaccio, quello triste su cui poggia l’intera trama del film.

Ed ecco che piano piano le sedie rosse della Casa del Cinema scompaiono. Lo schermo sembra coprirsi di polvere e sotto i piedi sembra di sentire la paglia secca che da bambini calpestavamo in attesa di infilarci sotto il tendone del circo. Questo accade, dopo poco si abbandona l’ordinato silenzio buio del cinema e si entra, nel luminosissimo caos del circo. Ed ecco che appaiono i nani motociclisti, un’elefantessa gelosa, una meravigliosa trapezista e loro: i pagliacci.

C’è una parola in spagnolo che racchiude in pieno quello in cui ci si immerge il frikismo. Ma non sono le deformità mentali a catturare, sono le follie mentali. tolto il cerone bianco e la lacrima alla Pierrot da sotto l’occhio, la vera follia mentale esplode nella sua più abbacinante limpidezza. I contrari si fondono, il circo è fuori il tendone e la maschera vera è quella che mostrano senza i trucchi di scena.

Ed allora è proprio il circo ad uscire dal perimetro dei tiranti del tendone. Il contesto storico spagnolo, più surreale e grottesco di quello all’interno dei carrozzoni.  El Generalissimo Franco, con le sue fissazioni, diventa un protagonista del film e rende tutta la Spagna un immenso circo. Tutto protagonisti, un solo spettatore: Lui. Ma dal palcoscenico grande quanto una nazione, il pagliaccio triste decide di eseguire il suo numero. E lui, non è mai stato bambino. Lui non riesce a far ridere. Lui è il pagliaccio triste.

A follia si aggiunge follia. Ogni volta che si pensa di essere arrivati in fondo c’è da prendere aria e immergere la testa nuovamente. Violenza e amore. Risa e pianti. La pazzia diventa la normalità e tutto segue una logica che in ogni momento sposta a parteggiare per un personaggio o per l’altro. Un’allegoria continua che mischia religione e politica, società e sentimenti comuni. Tutto appare grottesco e la normalità è data solo dal cerone dei pagliacci.

Volano le quasi due ore di film. Davanti non c’è più lo schermo ma la segatura del palco del circo. Ti aspetti che improvvisamente lo schermo si rompa per un balzo di una tigre, che il tuo vicino inizi a sputar fiamme mentre la ragazza dietro diventi improvvisamente una contorsionista.

Poi, il film finisce. Si accendono le luci. Tornano le poltrone rosse.

Ma il circo, resta.