Tags

Related Posts

Share This

Nessun uomo è un’isola

In questi giorni mi è capitato spesso di leggere cose, atroci, sulla Siria. Vedere foto. Non riesco a credere. C’è una fase, in ogni reazione umana che passa per il rifiuto. Io con la Siria sono in piena fase di rifiuto. E’ un Paese, la Siria, che ti entra dentro piano, come una lama. Come la luce che filtra dalla mashrabiya e si spegne su di un velo nero che scruta il passaggio davanti al portone di casa. In piena fase di rifiuto non riesco quindi che raccontare la Siria come l’ho vista io, come credo che sia ancora e come spero che un giorno torni ad essere.

E allora d’improvviso mi perdo nel suq di Aleppo, una delle pochissime volte che per davvero ho perso il senso dell’orientamento. Solo una carcassa di un cammello, in bella mostra in una macelleria, mi indica la strada. Sono i particolari, quando perdi il tutto a farti capire dove sei. Il bianco accecante di Palmira e la camminata notturna per salire in alto e vedere l’alba spuntare tra le macerie del palazzo.

Altre macerie che invece non vedono l’alba per la troppa polvere che hanno alzato cadendo a terra con rumore e dolore.

C’è poi la risata piena di Fuaz, le sue battute sulle donne e i mille messaggi che piovevano sul suo telefono.

Questa è la Siria che ricordo io. Una Siria che in pochi conosco e che in molti se ne fregano.

Un Siria di un popolo allegro, scherzoso, molto differente da chi lo governa e lo opprime. Molto differente dal filtro fondamentalista attraverso cui ci viene raccontata.

Ma no, noi pensiamo a Schettino e a quanti ipocritamente avrebbero fatto diversamente. Che importa se davanti a noi ammazzano bambini e mamme. A noi piacciono gli omicidi morbosi dentro le mura domestiche e sì, se il buonVespa ci facesse un plastico di come una bomba è capace di straziare un corpo e lasciarlo lì per terra, allora, forse, potremmo anche dedicargli un numero verde a cui mandare un sms.

Questo siamo: un popolo la cui coscienza è legata al proprio smartphone. Basta un tweet, uno status stronzata durante la settimana a favore della lotta contro i tumori del seno o un sms dal costo esorbitante di 2 euro e siamo contenti, felici, puliti, salvi davanti al nostro vicino di casa, che molto più conta rispetto a Dio e a se stessi.

E allora, non pulite la coscienza, non pensate che quello che accade a due giardini più in là sia tanto meno importante delle bombe che cadevano su Sarajevo o Mostar. Pensate al sorriso di Fuaz e dei suoi due bimbi, agli occhi azzurrissimi che spuntavano timidi dal velo. Pensate al gelato meravigliosamente gommoso nel Gran Bazar di Damasco. E i pistacchi e il baba ganush in cui inzuppare il pane. Pensate alle meraviglie e da lì verrà la voglia che qualcosa cambi.

Dagli orrori si fugge, il bello è l’unica e vera via di salvezza.

Questo sproloquio nato in un verso e che ha preso una sua via mi ha fatto venire in mente una meravigliosa poesia di John Donne e a lui lascio la chiosa.

 

Nessun uomo è un’isola,

intero in se stesso.

Ogni uomo è un pezzo del continente,

una parte della terra.

Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,

la terra ne è diminuita,

come se un promontorio fosse stato al suo posto,

o una magione amica o la tua stessa casa.

Ogni morte d’uomo mi diminusce,

perchè io partecipo all’umanità.

E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:

Essa suona per te.