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Da Udaipur a Delhi

Per la precisione a New Delhi, ma non credo che nessuno di voi si sia posto il problema dell’esistenza di una Old Delhi, la si da’ per scontato.

E’ vero, sono mancato da queste pagine per qualche giorno e in questi giorni mi sono dovuto concentrare oiu’ di una volta per cercare di ricordare quello che stavo vivendo, le emozioni che le cose che mi circondano mi hanno datto, i sapori che gustato. non riusciro’ di certo a fare un quadro organico e soprattutto cronologico perch’ sono davvero tante le sensazioni.

prima di tutto vorrei partire da un paio di fattori che hanno accompagnato questo viaggio ma a cui non ho dedicato nemmeno una riga: il treno e il lassi’.

il treno. si pensa sempre ai treni indiani come un ultimo rimasuglio del colonialismo inglese. abbandonati li’ al loro destino e quindi in una parabola discendente di abbandono e usura. in parte lo sono. certo il grande del lavoro, le tratte, era stato fatto dai colonizzatori, ma gli indiani ci stanno mettendo del loro per rendere assolutamente fruibile il treno a tutti quanti. ora, si deve partire dal presupposto che i treni sono sempre tutti pieni. volete fare una prova? andate sul sito delle ferrovie indiane, che funziona quasi meglio si di quello italiano, e provate a prenotare un biglietto qualsiasi tra due citta’ che vi sembrano importanti. la risposta sara’, nella migliore delle occasioni, che sarete in lista d’attesa. tutti qui si muovono in treno, tutti qui si muovono tanto. dove vanno? beh, dovunque, a trovare un parente, un fratello. un pellegrinaggio ad un tempio. magari alcuni salgono portandosi sulla testa chili infagottati in stoffe sgargianti. insomma, viaggiano. certo, non viaggiano tutti nelle classi “riservate ai turisti”, ma viaggiano. vi domanderete allora, ma come hai fatto a prendere i treni? i geniali indiani hanno pensato ad una quota biglietti riservati solo ai turisti. con il magico numero del passaporto quindi si aprono frontiere di biglietti con aria condizionata e lenzuoli, con sedili reclinabili e pasti frequenti. non pensate che i lenzuoli abbiano il colore del lino appena steso, ma almeno ci sono. i pasti invece sono abbondanti tanto che a meta’ percorso si inizia a pensare di essere saliti a bordo del treno della strega cattiva di hansel e gretel. ti viene da pensare che alla stazione di arrivo misureranno il tuo peso per vedere se si e’ pronti per il forno. nell’ultima tratta, 7 ore, ho avuto 1 pranzo, una cena, una meranda, una zuppa, un chai e un gelato, dite che pu’ bastare? ma cio’ che rende il viaggio in treno unico e’ cosa tu attraversi. nonostante abbia fatto molto spesso dei lunghi sosptamenti notturni, anche in seconda classe senza finestrini con la sabbia del deserto che ti colora di ocra, le volte che ho avuto la fortuna di viaggiare di giorno e’ come stare seduti a teatro mentre il mondo ti scorre lento davanti. i lati della ferrorivia sono vissuti come se si stesse nel centro di una metropoli. case si affacciano, nel vero senso della parola sui binari e il treno passa a pochi centimetri delle case dove dentro la vita scorre regolare come il gigante di ferro fosse solo un pezzo variabile di un paesaggio mobile. i bambini siedono sui binari e si spostano all’ultimo solo quando sentono il tuono di ferro. uomini e donne stendono panni che battono come bandiere al vento provocato dal treno. va lento il treno, va lento come l’india e quindi hai la possibilita’ di guardare dentro le case. vedere attraverso le porte aperte: uomini che dormono distesi davanti un ventilatore, donne che cuinano, vecchi che guardano con occhi grigi e vuoti cio’ che mille e mille volte hanno gia’ visto. non riesco a scrivere la sensazione di tutto cio’ ma cercate di immaginarvi un quadro molto scuro, di quelli romantici con lanterne che dondolano nelle case efigure ferme come nature morte. il colore e’ il nero rotto solo da palle illuminate che regalano a chi passa un attimo di quotidianita’.

poi c’e’ il lassi’. cosa e’? beh, e’ una bevanda. in pratica e’ un frullato nostrano che pero’ e fatto con lo yogurt. quindi ghiaccio, yogurt, spesso un po acito e un frutto. ma oltre ai frutti ci mettono dentro le spezie: dalla cannella allo zafferano, dal cardamomo al pepe. se a questo aggiungete un calore umido che ti assale vi renderete conto di quanto puo’ essere piacevole un lassi’. lo so, mi rendo conto che forse non e’ interessantissimo, ma vi assicuro che il lassi’ mi ha e’ stato piu’ utile della lonely planet stessa.

ora sono a Delhi. sono arrivato ieri sera tardi, era notte. nel paio di giorni di assenza sono stato a pushkar e ajmer. due porti che distano solo 10 km ma di una diversita’ che in mezzo potrebbe esserci un mare. c’e’ da dire che quando ieri sono arrivato in treno a Delhi e poi preso il taxi per il breve percorso di strada che mi divideva dall’hotel, ho pensato che le 7 ore non le avessi passate in treno ma in aereo e non solo per la frequenza dei pasti, ma soprattutto per la modernita’ contro cui sono andato a sbattere rispetto alla polvere e al fango delle settimane passate. ma torno a pushkar.

pushkar e’ una di quelle cittadine dove gli hippy capelloni e nostalgici hanno deciso  di arroccarsi per vivere un sempieterno woostock. in molti paesi in cui ho viaggiato esistono queste “roccaforti” ma qui ti da’ proprio la sensazione che sia stato un po’ costruito per sembrare una gardaland locale. baretto con musica soft, ragazzi che girano vestiti come sadu, ne ho visto uno con cappello di peltro e bastone, oltre all’immancabile barbafino a meta’ petto. insomma, se non fosse per il bel tempio dedicato a brahama e al lago, infestasto da finti e sedicenti preti, il posto non varrebbe nemmeno la sosta per una pausa’ pipi’.

uups, ha smesso di piovere, si sta piovendo a Delhi, il monsone mi vuole salutare. facciamo che la restante parte del racconto odierno ve la continuo dopo? tanto non mi potete rispondere, quinbdi vi ringrazio per l’attenzione e vi lascio con un:

continua…..