L'India va lenta Aug22

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L'India va lenta

Evidentemente e’ destino di questo viaggio che continui ad incontrare persone che, con frasi secche e a volta lanciate li’ continuando un discorso, ti aprano una porta per vedere meglio e sotto un colore diverso quello che mi circonda.

questa mattina, dopo le mie due uova fritte, il mio lassi’, il mio chai decido che con la pancia piena e’ ora di perdermi per le strade di udaipur. ah si’, sono ad udaipur, la venezia dell’india, ma prima di qui sono passato anche per l’odorosa jodhpur, ma per questa volta, violentero’ la mia natura e iniziero’ dalla fine. arrivo quindi al banco per chiedere quanto disti a piedi il city palace, dopo tutto quello che ho ingurgitato per colazione mi sembrava davvero una notizia di prima importanza. lui mi guarda, tira fuori una cortina sgualcita e inizia a disegnare con la penna il percorso che avrei dovuto percorrere e che poi in realta’ ho percorso. visto i continui tratti di penna gli domando:”si’ ok, ma ci arrivo a piedi?” e lui con una naturalezza sconcertante tira fuori la frase del viaggio:”amico mio, l’india e’ un paese che va a piedi, se tu decidi di percorrerlo anche solo con un tuk tuk ti perdi tutto.”

una frase che e’ ovvio che e’ ovvia nella sua totale semplicita’, ma ti fa capire tante tante cose nel comportamento di tutti quelli con cui hai a che fare durante il viaggio.

l’india va lenta e per poterla capire per davvero devi abbandonare qualsiasi isteria da tempo occidentale. devi insomma avere il tempo che il cameriere con una lentezza biblica ti apra la coca-cola e te la versi piano piano, goccia dopo goccia nel bicchiere, per poi porgertelo gentilmente con uno scuotimento di testa a dire:”thank you, sir!” devi avere il tempo di fermarti ad ogni mano, e sono centianaia ogni giorno, per stringerla e rispondere alla domanda fatale:”where are you from?”

a proposito, oggi sono davvero poco ordinato nel tempo del racconto, ma prendetelo cosi’ oggi, ieri ero fermo ad un meccanico, chiamamolo cosi’. in realta’ era un gonfiatore di gomme, ma non gommista perche’ di gomme non ne aveva. qui ognuno possiede una cosa e una cosa fa. d’altronde se tutti facessero tutto, l’altro miliardo di persone che farebbero? insoma, procedo, o almeno ci provo, ero fermo dal gonfiatore di gomme e anche lui non resiste alla fatidica domanda. e’ divertente perche’ li vedi li’ che si tengono per non fartela, ci provano, ma alla fine come un rutto te la tirano in faccia. il gonfiatore quindi mi guarda e dice:”what is?” eh, mica male rispondere ad una domanda che chiede:”cosa sei?” eh, cosa sei? sei che sei tu, cioe’ io. quindi la cosa piu’ ovvia era dire: francesco. ma sapendo la grande curiosita’ rispondo:”Italy!” lui si gira allora dal suo dipendente, un ragazzetto che lo ha visto pronunciare due parole inglesi come se fossero i segnali di “incontri ravvicinati del terzo tipo”, e lo guarda con un fare: lo vedi perche’ io sono capo e tu sei li seduto a dipendere da me? io so anche dire What is, tu che sai dire? e’ cosio’, smebra una cosa semplice e forse un raccontino scemo, ma davvero molti dei rapporti tra persone qui funzionano secondo questo codice.

perche’ ero dal gonfiatore? perche’ il treno tra jodhpur dove ero ieri e udaipur dove sono oggi non esiste. mi hanno cercato di spiegare una cosa un po’ strana. tipo che i binari dei treni di jodpur sono piu’ larghi di quelli di udaipur. mah, ci crediamo? io dico di no, so solo che allora l’unica via e’ stata quella di salire in macchina e fare un bel pezzo si strada con un autista. la strada e’ stata meravigliosa. si passa infatti dall’ocra accecante del deserto del rajastano al verde e rosso della terra che circonda il sud di questa regione, la parte che poi degrata fino al gujarat per terminare nel mare di mumbay. un rosso intenso, di graniti ed argille attraversato costantemente da lingue verdi di terra dove pascolano mucche e bufali. la strada e’ un serpente nero che si arrampica, ma non appartiene solo alle macchine, appartiene alle scimmie, alle mucche che ci dormono placide e soprattutto alle migliaia di pellegrini che da ogni parte del rajastan la percorrono a piedi con bandiere appoggiate sulle loro spalle. la percorrono per settimane intere. spesso parono da bikaner o da jaisalmer e arrivano dopo settimane ad un tempio che di questo periodo ospita oltre 7000 fedeli al giorno. e’ bello vederli sfilare, basta una mano fuori dal finestrino per prendere un po’ di frescura che loro ti salutano entusiasti. al ciglio della strdaa poi ogni 15 km circa ci sono delle tende coloratissime anche esse che danno frescura e chai gratuito a tutti quelli che reputano sia tempo di un riposo.

me ne andavo da jodhpur. bella, forse delle poche citta’ del rajastan che ho visitato che assomiglia davvero ad una citta dell’india dei primi giorni. li’ la gente pensa davvero a finire la giornata e non ai turisti che sgamebttano felici cercando i sacchetti di spezie a piu’ buon mercato. e’ la citta’ blu e per una volta questo e’ stato rispettato. camminare nella citta’ vecchia e tuffarsi nel blu indaco delle case dei brahamini. un blu che visto dall’alto delle ura del castello sembra vibrare, forse anche a causa del caldo, come un mare placido che bagna le secche sabbie che circondano la citta’. il porte poi e’ di quelli che ti fanno girare la testa, tanto austero fuori, tanto gentile ed elegante dentro. ho notato che piu’ le mura erano possenti piu’ i forti del rajastan nascondevano cortili e templi di eleganza sublime. il cuore della citta’ pero’ e’ lontano da li’, il cuore lo vedi dove la gente dorme la notte. i banchi della frutta di notte sono i giacigli dei venditori stessi. a terra invece le vacche finiscono la merce invenduta del giorno. e’ la torre dell’orologio che raccoglie l’anima di jodhpur. il forte e’ lo specchietto gettato in volto alturista distratto, ma e’ la fogna a cielo aperto e il mercato a rendere jodhpur indimenticabile per odore e umanita’.

ora udaipur. udaipur e’ su un lago, o meglio, su un mezzo lago. il lago dipende direttamente dai monsoni e siccome di monsoni quest’anno se ne sono visti pochi, di lago ne e’ rimasto meta’. per ora udaipur da’ l’idea d reggersi molto sul turismo. non e’ pero’ ossessiva e soffocante come agra. e’ discreta nei vicoletti che si arrampicano per poi sbucare in un gat sul lago. dai gat poi la vista e’ mozzafiato. il lake palace, vero gioiello nascosto al turismo di massa, perche’ e’ un hotel da mille ed una notte, sembra galleggiare bianco sul lago. e’ doppio il lake palace perche’ la meta’ che si riplette sulle acque ferme sembra essere ancora piu’ imponente del suo gemello marmoreo. per ora non ho avuto tempo di vederne troppo di udaipur, c’e’ tempo, c’e’ domani.

nel frattempo a piedi risalgo i vicoletti per potermi sedere placidamente in un bar e gustarmi con grande lentezza un lassi’ gelato. anche perche’ se lo bevessi di un fiato, riuscirei mai a gustarne tutte le spezie di cui e’ fatto?