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Sabbie e treni

Mi sono accorto ora quanto passi veloce il tempo. pensavo di aver scritto nei giorni scorsi ed invece no. non vi do mie notizie da quel di Agra, sarete di sicuro in pensiero, vero? immagino proprio di si’, tristi e sconsolati sotto i vostri ombrelloni rilassati a bere un cuba libre in panciolle sdraiati su un lettino a domandarvi, giorno e notte:”ma che fine avra’ fatto?”.

ed eccomi qui a raccontarvi ancora un po’ di questo viaggio.

in realta’ sono tante le cose che dovrei raccontarvi visto che tra la stesura del mio ultimo articolo e questo che sto scrivendo ci sono ben due citta’ di mezzo: Jaipur e Bikaner, in stretto ordine cronologico.

e quando c’e’ molto da raccontare ho difficolta’ a capire da dove iniziare e come mettere in ordine la miriade di immagini ed odori che ho cercato di immagazzinare. questa scrittura infatti mi aiuta spesso a riordinare le idee e a fissare dei ricordi che con il tempo sarebbero stati spazzati via.

iniziamo con jaipur. c’e’ da dire che l’india che sto vivendo ora non e’ l’india che ho vissuto per i primi 15-20 giorni di india. non che sia peggio, non che sia meglio e’ semplicemente diversa. in cosa? non lo so, ho la sensazione, innanzi tutto, che tutto sia piu’ ordinato. mentre facevo questo ragionamento un paio di giorni fa ho rischiato un frontale mentre ero sopra un tuk tuk che cercava di evitare una vacca mollemente sdraiata in mezzo alla strada. quindi in realta’ cosi’ ordinata l’india di qui non e’. sicuramente e’ piu’ turistica. si capisce insomma che l’immane fiume di gente che percorre notte e giorno le strade vive a ridosso del turista. si ha la netta sensazione di essersi tramutati in un euro con le gambe. tutti a chieder di fare da guida, tutti a volerti vendere una pelle di cammello, tutti a darti in regalo un braccialetto per poi tendere una mano seguita dallo squittio di:”fifty rupies, sir!”. insomma, vivono molto piu’ a ridosso del turismo che in altri posti. d’altronde c’era da aspettarselo. chi va in india, spesso va in rajastan, chi va in india spesso calcutta la evita come la lebbra, che peraltro c’e’. e’ un’india questa pero’ di colori accecanti e di odori incredibili.

tuffato nel bazar di jaipur sembra di essere tornati ad un secolo fa. non il bazar solito del turista che compra tessuti e spezie, il bazar degli indiani. quello dove si accalcano centinaia di persone per scegliere la migliore tra le melanzane. quello che devi zigzagare tra gli sputacchi del tabacco da mastico. peraltro un giorno fa l’ho provato. la sensazione e’ quella di metterti in bocca una manciata di terra che sa di menta. loro lo aromatizzano con della menta e non so se questa riesce a renderlo ancora piu’ disgustante. fatto sta che sono stato un paio di ore a sputacchiare per terra con una conseguente acidita’ di stomaco perche’ credo di averne trangugiato una boccata. sono aperte le richieste, se qualcuno ne volesse un po, basta dirlo e se la frontiera me lo fara’ passare, spiegando che la puzza deriva da quello, saro’ ben contento di vedervi vomitare dalla bocca tabacco rossiccio.

un’altra cosa che oramai reputo normale e il convivere con le vacche. sembra strano ma danno un senso di serenita’ vederle ruminare nel mezzo di un incrocio mentre tutti suonano per il traffico che hanno causato. sembrera’ strano a roma non trovarne piu’. chiaramente intendo vacche quadrupedi e ruminanti, di altro genere a roma ce ne sono molte piu’ che qui.

i colori. qui i colori sono molto piu’ accesi di quelli delle altre parti che ho visitato. al grigetto-marrone degli uomini, un pochino tristi a dire il vero, si contrappongono le sfavillanti donne dai colori incredibili. gli accostamente cromatici che in italia ti farebbero scendere dall’autobus qui sono possibili. i rosa e i giallo che si fondono, i viola con gli arancioni, i verdi e i lilla. loro riescono a portare colori incredibnili con un’eleganza ammirevole. il tutto a contatto con la loro pelle tendente al nero regala una policromia davvero ipnotizzante. a volte mi ritrovo a fissare le donne per minuti interio. per fortuna che io devo fare lo stesso effetto a loro, con la mia magliettina sudata e i bermuda ormai di un colore imprecisato.

poi e’ arrivata bikaner. di bikaner ho due immagini nette, forse tre: il bagno, i topi e i cammelli. per la prima volta e’ deserto. un deserto forse non bello come quello africano. e’ un deserto coltivato, c’e’ il miglio e in continuazione pozzi d’acqua per la raccolta della pioggia. un deserto insomma che non ti lascia con gli occhi incollati all’orizzonte ma ti fa pensare quanto siano riusciti ad abitrare un posto che tutto sommato non era proprio adatto a far crescere le loro belle pianticelle. quello che stupisce e’ che ogni volte che ci si fermava per un the, si faceva riposare i cammelli, uscivano dai cespugli bambini di ogni eta’, pronti a chiedere una foto o a guardarti per 5 minuti come se fosse sceso da marte.

i topi. a pochi km da bikaner i meraviglosi indiani hanno deciso che fosse giusto dedicare un tempio ai topi. ora, va bene la vacca sacra, ora va bene il maiale sacro, ma anche il topo. ebbene si’, in questo posto, peraltro davvero strano perche’ perso in mezzo al nulla, centinaia di fedeli sono distesi nel tempio aspettando di vedere un topino bianco perche’ di buon auspicio. per attirare i topi li’ portano catinelle di latte, frutta e qualsivoglia alimento. il risultato e’ un tempio in cui si entra a piedi scalzi e si e’ invasi da topi. ce ne saranno a migliaia che dormono sui passamano, sugli stipidi delle porte, negli angoli delle scale. e quelli che non dormono si tuffano beati nel latte per berlo o lottano tra di loro per qualche motivo davvero oscuro. oltretutto i topi ben certi di essere l’attrazione principale del luogo hanno perso la loro proverbiale timidezza e quindi passeggiano allegramente tra le gambe e sui piedi di chi sta li a scattare foto. ma tranquilli, se un topo ti calpesta, porta bene. e porta bene si perche’ se almeno esci da li’ senza la peste, davvero sei fortunato!

infine il bagno. mi sono tenuto questo come ultima foto di bikaner perche’ e’ stato uno dei momenti piu’ belli del viaggio, sinora. l’ottimo rafik, musulmano conducente di tuk tuk, dice:”super il tempio delle scimmie e vai in fondo a vedere le vasce per le abluzioni”. mai un consiglio fu cosi’ fortunato. questo e’ il mese di lord Shiva e se mi avete seguito sapete gia’ quanto io sia immerso nel fiume arancione dei pellegrini. tradizione vuole che una delle peregrinazioni che questi fanno e’ un percorso di 7 km, rigorosamente a piedi, che fanno sino a queste vasche. arrivati qui gli uomini si allacciano i loro abiti alla vita e si tuffano dall’alto forse per provare la loro virilita’. le donne invece abbassano il sahri e si ammollano dolcemente nell’acqua. seni che si intravedono, bambini che escono dalle sottane, pancie di donne in dolce attesa scompaiono e riaffiorano dall’acqua. lo avevo gia’ notato, ma qui il senso del pudore e’ molto piu’ basso che in altri posti che ho avuto la fortuna di visitare. forse anche piu’ basso di quello occidentale. li’ da noi e’ ostentazione non e’ naturalezza. da noi si mostra perche’ altri possano vedere e desiderare, qui si mostra perche’ e’ quello il corpo senza malizia, senza che sia fatto per provocare una qualsivoglia reazione.  si spogliano, si lavano, si cambiano e poi allargano le braccia tendendo sopra la testa il proprio sahri perche si asciughi mostrando un seno figli di otto bambini, una pancia molle di molte gravidanze o a volte anche la freschezza di una giovane che ancora non ha conosciuto il marito. e’ naturale, e’ semplice ed e’ una cosa quanto mai lontana dal sessuale. lo so, puo’ essere difficile da credere o da capire, ma solo il vederlo e il viverlo puo’ rendere davvero l’idea.

ora sono a jaisalmer. qui mi ha portato un treno che ha regalato il titolo all’articolo di oggi. un treno che non prevedeva le classi occidentalissime con aria condizionata e prezzi elevati (10 euro). un treno da dividere tutti assieme. un treno quindi con i ventilatori rumorosi e le finestre aperte. una notte passata mentre si e’ cullati dal freddo vento del deserto carico di sabbia e dal cicalio assordante di una sessantina di ventilatori a massima potenza. la mattina le brandine sono ocra. l sabbia e’ entrata dentro e la bocca sa di deserto, sapore sempre migliore del nefandamente famoso tabacco da mastico.

jaisalmer e’bella. piccola, ocra e arroccata su un dirupo per difendersi da un nemico ormai lontano dal tempo. una rocca con strette strade in cui c’e’ posto solo per la vacca o per te, e molto spesso il passo e’ ceduto al sacro bovino.

credo che a questo punto mi sia dilungato troppo e jaisalmer mi aspetta. mi aspetta un’india che sta cambiando alla velocita’ di un treno che percorre i binari. un treno che va lento ma regala ogni volta una sopresa.