Khoda Hafez Irani!

Ci sono volte quando bevi che butti in gola un sorso troppo grosso. Quel sorso diventa solido e ti fa male. Lo senti scendere piano e godi solo nel momento in cui finisce il percorso e finalmente riesci a respirare di nuovo.

Ecco, Una separazione è così. Un sorso, non amaro, né difficile da mandare giù. E’ un sorso però che si fa sentire, che non passa anonimo. E’ uno di quei film che appena finisce capisci in parte e poi ne inizi ad apprezzare tutte le più piccole sfumature.

Una separazione è l’Iran.

Ho avuto la fortuna, negli anni passati, di avere molto a che fare con il cinema iraniano, ma in nessun film come questo ho avuto la sensazione di ritornare davvero in Iran.

Sì, la verità è che per me l’Iran ha un valore più grande di un qualsiasi Paese che abbia visitato. In Iran ho viaggiato ma sono stato accolto come fossi uno di loro. E non solo per il mio aspetto fisico.

Hai l’impressione in ogni dialogo, in ogni esterno, di vedere uno scorcio di Teheran, di sentire due uomini litigare in farsi mentre si mettono in bocca la zolletta di zucchero per addolcire il tè, di ascoltare il fruscio bisbigliante delle donne moderne come non ti immagini, di doverti scansare per evitare la macchina che ti sta per investire.

Ma è la costruzione del film che è l’Iran stesso.

Quando ero lì, ricordo che scrissi, su un altro blog, ad altre persone, che gli iraniani erano come i loro giardini: con mura di cinta alte attorno e dentro rigogliosi, accoglienti, verdi e pieni di sorprese. Ecco, Una separazione è così, non lo capisci subito, piano piano ti porta dentro e ti svela la sua verità, poi torna indietro e te ne svela un’altra, poi ancora una nuova ed infine quella che non ti aspetti.

Guardandolo sembra di sentire l’odore del tè caldo, le mani unte di hommos e melanzane, il traffico di Teheran e il silenzio del tramonto dell’Imam Square di Isfahan. E’ bello nella sua semplicità. Nel raccontare un mondo che purtroppo è nascosto e mistificato da tante notizie che provengono solo da una parte. Ha di certo le sue storture, le sue chiusure e i suoi limiti, per capirlo però dobbiamo aprire la porta del giardino e respirare l’aria fresca di chi la tiene in serbo solo per chi davvero conta.

E allora per davvero: khoda Hafez Irani.

A presto!