Un mare verde

E finalmente, sperando in un non ritorno di correnti calde africane o di un anticiclone delle Azzorre, l’estate se ne è andata. Ora non è che io abbia qualcosa contro l’estate se non che mi fa sudare. E io odio sudare, direbbe Puffo Brontolone. A dire il vero però la mia, di estate intendo, non è stata calda, anzi direi abbastanza fredda. Proprio un paio di giorni fa pensavo che quest’anno nemmeno un giorno al mare, nemmeno un bagno, nemmeno un po’ di fastidiosa sabbia nelle scarpe. Fastidiosa e anche piacevole mi diranno gli amanti del mare.
Eh sì, proprio un mese fa dormivo per l’ultima notte in ger. Ero in Mongolia, a circa 100 km ad est o, come direbbe qualcuno, a sinistra di UB (Metodo occidentalizzante per chiamare Ulan Bataar). Strano pensare quanto ci si abitui velocemente al rumore, al traffico, alle persone e quanto invece sia strano trovarsi difronte al nulla. Per la prima volta, nella mia logorrea scritta che mi attanaglia da anni, ho trovato difficoltà a scrivere qualcosa sulla Mongolia. Non perché mi sia piaciuta poco, ma perché è difficile, impossibile, estenuante descrivere il nulla. Vi ricordate Gosthbuster? Vi ricordate quando uno degli Acchiappafantasmi cercò di non pensare a nulla, a svuotare la mente? Non ci riuscì e venne fuori il fantastico “omone” di marshmallow.
Questo è il punto: il niente non si pensa, il nulla non si descrive.
E quindi, come descrivo un viaggio nel nulla mongolo? In un posto in cui non c’è nulla da vedere. E va bene i monasteri, e va bene le ger (peraltro parte meravigliosa del viaggio a cui dedicherò un capitolo a parte), va bene il Gobi o la taiga, ma non è questo la Mongolia. Se dovessi decidere qui, dalla mia scrivania qual è l’elemento dominante della Mongolia direi: il cielo. Non è un caso che l’Orda fosse l’unica cosa di cui avesse timore.
Fa paura il cielo in Mongolia. O meglio, non fa paura, mette angoscia. Nell’immaginario la fuga è verso l’alto, nello spazio blu: volare è libertà. In Mongolia si ha una sensazione differente, per fuggire si deve correre con le zampe del lupo. Il cielo piego verso la linea dell’infinito, mentre la terra, verde come fosse passata dentro una sessione di photoshop, vola dritta davante a te. E tu hai perennemente la sensazione di scivolare in un mare d’erba.
E quindi, in effetti no, non sono andato al mare. Sono andato lontano dal mare, in un posto di terra, sassi, sabbia ed erba. È vero, non ho fatto il bagno, ma tuffarsi in un immenso mare verde è qualcosa che mi rimarrà dentro per sempre.

Perchè viaggiare in Mongolia, non è un viaggiare convenzionale, è viaggiare in un’emozione.