Boombay!! Dec01

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Boombay!!

E’ passato qualche giorno dalla serie infinita di esplosioni e terrore che hanno piegato una città, che hanno messo in evidenza una debolezza di una nazione, che hanno acceso i riflettori su un problema le cui radici affondano ben più in profondità della sempre più scontata barba incanutita di Osama.

Qui sta accadendo ben altro e questo “altro” nessuno lo sta portando alla luce. Ora, non penso, io dalla mia poltrona rossa, di avere la soluzione dei mali e la spiegazione a tutti gli interrogativi. Credo però che se tutti noi ci spogliassimo un pochino del nostro abito da occidentale e europa-centrico ci accorgeremmo che quello che è accaduto e sta accadendo è ben differente dal dire:”Hey uomo occidentale, io sono musulmano e ti voglio mettere paura!”. C’è una frattura che si sta aprendo minuto dopo minuto senza che nessuno tenti di buttare al suo interno un collante affinchè qualcosa si sani o qualcosa di altro non si rompa. In questa frattura, invece, continuiamo a vomitare bombe e sospetti, maldicenze e odii, insulti e differenze. Così, questa frattura, giorno dopo giorno si apre. Quelli che vi abitano in superficie attimo dopo attimo si trovano sempre più distanti e il gesto di un braccio teso non è più sufficiente per stringersi una mano tale è la lontananza. Allora quel braccio teso si arma e spara, solo così si arriva a far sentire la propria voce e la propria presenza al di là del crepaccio.

Ma noi, io per primo, torno a casa, scaldo la pasta avanzata e dimentico quello che accade, perchè accade laggiù, lontano dall’orecchio che non sente lo scoppio del cannone e il pianto di chi soffre. è una cosa lontana, non mi riguarda, non ci riguarda. si, ok, forse non potrò più andare in vacanza sul Mar Rosso, ma che importa, ci sono i Caraibi. Non ci si rende conto che giorno dopo giorno questo crepaccio si allarga e raggiunge anche posti che non sono tanto più lontani da quanto lo siamo noi. Beh, diciamo allora, è capitato a loro, sono disorganizzati, non hanno una rete di controlli adeguata, da noi questo non accade.

Davvero non accade? Davvero non è accaduto nulla alla stazione di Atocha? Davvero non è accaduto nulla nella metropolitana di Londra?

Davvero tutto questo non era prevedibile, se non nel fatto, almeno nella possibilità?

Racconto una storia allora, per poter capire quanto le cose si sanno e si sanno dal basso, ma forse è dal basso che devono far rumore perchè chi sta ai piani alti qualcosa giunga all’orecchio.

Era agosto, faceva caldo ed ormai ero alla fine del mio viaggio estivo. Ero in treno, un treno che mi portava da Ajmer a New Delhi. Il treno è fresco ed io sono in prima classe, uno dei lussi da occidentale che è difficile negarsi nelle lunghe tratte di trasferimento. Con me non solo turisti affollano il vagone, ma anche indaffaratissimi uomini d’affare indiani, tutti con il proprio portatile, tutti con la connessione per lavorare e informarsi. Accanto a me un uomo, sulla quarantina, pancia prominente, guance da stringere tra medio e indice. Camicia color kaki bordata sul collo dall’immancabile fazzoletto cosicché possa apparire terribilmente linda all’arrivo. Mi guarda una volta, mi guarda una seconda volta, ma la terza gli è fatale, non resiste e cede di schianto alla sua curiosità e inizia il fuoco di fila delle domande:”Di dove sei? Dove vai? Perchè qui?” e così via. La chiacchierata è piacevole e scorre via veloce come il treno sui binari. Parliamo di tutto, dell’Italia e della sua famiglia, del calcio e di lavoro. Però quello che mi rimbomba in testa in questi giorni è un argomento: l’islam. Quando iniziamo a parlare di Islam, lui si fa nervoso, guarda attorno e abbassa la voce come per non farsi sentire. è un argomento delicato, mi dice, non da treno, non da due perfetti sconosciuti che condividono solo la noia di un trasferimento. Io insisto perchè intuisco che si fa interessante quello che potrebbe, ma non vorrebbe, dirmi. Lui è sempre più schivo e sfuggente. Qualcosa percepisco dalle sue mezze frasi:”Tra 20 anni, saranno più di noi Hindu. Loro occupano le classi più basse e hanno pochissima rappresentanza parlamentare. Loro non possono accedere a tutte le cariche statali a cui possiamo accedere noi hindu”. Ripenso ad Ajmer allora, alla ragazza che mi tirava la spazzatura davanti ai piedi mentre camminavo, penso alla rabbia con cui pregavano in contrapposizione alla perfetta serenità della religione in qualsiasi altro punto dell’India. La sensazione che allora mi appare più chiara è che loro, i musulmani, nella modernissima India, terra a cui si guarda come miracolo economico e in parte anche sociale, vivono assediati, spesso cacciati negli slum a cercare di tirar fuori dal fango la cena e poco altro di più.

Come si vive da assediati? Non lo so, dico come vivrei io da assediato. Vivrei sbracciando e cercando di farmi aria. Cercherei lo spazio dove vivere, tirerei fuori i gomiti e forse anche le unghie. Urlerei e salterei per potermi fare più spazio. Questo giustifica saltare in testa a qualcun altro? Istintivamente direi di no. Ma immaginiamo ora che l’aria si fa sempre più rarefatta e la folla inizia a camminarti addosso e tu in piedi non riesci più a stare. Scivoli, il tuo orizzonte è solo il ginocchio di quello che ti sta davanti e ti sta per calpestare. Che fai allora? Lo spingi? Stai fermo e aspetti che ti calpesti? Non so nemmeno questo, ma credo che il più antico dei nostri istinti prevarrebbe: quello della conservazione. Allora spingeresti, urleresti finchè hai fiato in gola e forse faresti cadere qualcun altro che soffocherebbe al tuo posto.

Tutto questo che racconto, sia ben chiaro, non giustifica nulla. Non giustifica nemmeno una goccia del sangue che bagnato Mumbay. Non giustifica, ma forse fa capire.

Perchè allora rapire o uccidere gli occidentali? Quanto ne avremmo parlato di morti indiani? Stiamo ancora parlando dei morti in Orissa? Eppure erano cristiani come noi. Parliamo più delle esplosioni di Jaipur o Dehli? Eppure anche lì sono morti. E allora hanno usato l’unica carta che avevano: urlarci addosso quello che sta accadendo lì. E quel lì non è poi così lontano.

Lontano. Mi ero alzato dal posto vicino al signore indiano panciuto. Ero andato in bagno o forse a guardare fuori dalla porta aperta del vagone. Torno e lui non è più lì. è nel sedile accanto, accanto ad un altro signore panciuto con fazzoletto al collo e camicia kaki. Forse il secondo signore panciuto non sarà così impertinente, saprà cosa chiedere e saprà dove fermarsi nel farlo. Ma anche lui fa come me, come noi, non ci pensa, sposta lontano il pensiero. Lontano nello spazio, lontano nel tempo.